Nel seguente articolo vengono spiegati molto bene i motivi per scegliere un sistema operativo libero GNU/Linux, invece di uno proprietario.
L'autore del seguente articolo e' Giacomo Rizzo, il quale ha rilasciato il suo articolo con licenza Creative Common (BY-NC-SA).
Questo e' il link: http://www.pcw.it/showPage.php?template=approfondimenti&id=620&sez=sw
Questo e' il testo:
Giacomo Rizzo
Da quando, nel 1984, Richard Stallman decise di mettere in piedi il progetto GNU con l'ambizioso obiettivo di creare un sistema operativo simile a Unix, ma completamente libero, l'idea del software libero e dell'open source è andata sempre piu rapidamente diffondendosi. Allo sviluppo di GNU/Linux (il sistema operativo open source per antonomasia, benché non sia affatto l'unico disponibile) contribuiscono però materialmente ed economicamente anche grandi imprese del calibro di IBM, Sun, Novell, HP, Nokia, Siemens. Molte di queste imprese sovvenzionano economicamente lo sviluppo di Linux e degli altri software che compongono poi il sistema operativo completo, mentre altre assumono team di sviluppatori oppure rilasciano, sotto licenze libere, alla comunità del ?free software? alcuni loro applicativi, anche di notevole interesse commerciale (è il caso di Eclipse di IBM o di Java, Open Solaris e OpenOffice.org di Sun Microsystems).
Nel mondo open source il software non è considerato un prodotto, ma il mezzo tramite cui vendere un servizio o delle competenze. Un'azienda che utilizza il modello open source come fonte di business non si fa pagare concedendo in licenza gli applicativi che produce, ma per l'assistenza che offre, le eventuali personalizzazioni richieste dai clienti, il tempo dedicato alla scrittura di applicativi su commissione e via dicendo. Gli utenti sono, in questo modo, padroni a pieno titolo del software che hanno acquistato, commissionato o scaricato. Le modalità di distribuzione del software libero infatti (in particolare per quelli che adottano la licenza GPL) prevedono che sia corredato del proprio codice sorgente (per intenderci quello da cui si può generare l'applicativo vero e proprio).
Un esempio lampante lo offre la Pubblica Amministrazione. Dovendo infatti gestire dati di altissima importanza (pensiamo soltanto agli archivi dell'anagrafe) per periodi particolarmente lunghi, i responsabili di tale gestione si devono dotare di formati documentali per i quali sia garantito l'accesso a tempo indefinito, senza legarsi a una specifica azienda. Si tratta di un problema pratico, ma anche ?politico?: può un privato avere un così grande potere sugli archivi dello Stato? Proprio in quest'ottica, soprattutto negli ultimi anni, la Pubblica Amministrazione (italiana e non) si è progressivamente sempre più interessata a mondo open source. Ciò, in molti casi, ha portato alla massiccia adozione di software liberi, in particolar modo la suite per l'ufficio OpenOffice.org.
Dall'adozione del modello di business del software libero deriva un secondo importante vantaggio per l'utente (ma non solo): se un'azienda che lavora con licenze libere vuole restare in vita, poiché non può applicare politiche di ?lock-in? del cliente (legandolo a sé tramite il vincolo del software proprietario), deve necessariamente puntare sulla qualità del software in modo che il cliente resti soddisfatto e non si rivolga alla concorrenza. Inoltre, lo sviluppo del software procede piu speditamente e con basi piu solide. Non è infatti necessario riscriverlo ogni volta: ogni entità coinvolta nello sviluppo (sia essa un'azienda, un programmatore o lo stesso utente finale) potrà liberamente modificarlo e offrire a tutti gli altri queste novità. Così facendo si riducono gli investimenti necessari a creare software di qualità, lavorando in modo corale, distribuito e condiviso. Spesso questo porta all'eliminazione quasi completa del concetto di concorrenza, o perlomeno lo muta. Il tutto a beneficio dell'utente che potrà usare un software di qualità (naturalmente non tutto il software libero è di qualità) a costi ridottissimi (spesso gratuitamente).
Il fatto che un utente possa, una volta ottenuta una copia del software, regalarla (in quanto sua), impedisce di apporle un prezzo di vendita. Che senso avrebbe vendere un software che gli utenti posso liberamente scambiarsi gratuitamente senza infrangere la legge?
Insieme al miglioramento della qualità del software, il modello open source (se ben applicato) porta anche un aumento della sicurezza dello stesso (questo non significa che tutto il software libero sia sicuro). Questo incremento, però, deriva direttamente dalle modalità con cui la comunità si fa carico del loro sviluppo. Visto che è spesso distribuito (tanto quanto lo è il codice sorgente e la voglia di fare di coloro che contribuiscono), ci sono moltissimi occhi contemporaneamente puntati sul codice alla ricerca (anche) di eventuali problemi che per scontato che gli utenti vantino privilegi inutili (per operazioni comuni quali leggere la posta, elaborare o riprodurre testi, navigare in Rete...) cosicché spesso alcune di queste non possono essere utilizzate senza questi privilegi. Su quasi tutti gli altri sistemi operativi (compreso GNU/Linux), la suddivisione dei privilegi degli utenti è imposta in maniera ben più forte. L'installazione di praticamente tutte le distribuzioni GNU/Linux prevede due utenti: un amministratore (che non verrà usato salvo che per operazioni di configurazione o aggiornamento del sistema) e un utente non privilegiato che potrà essere usato per le operazioni quotidiane. Questo espediente riduce sensibilmente i rischi cui il sistema è esposto. Anche grazie a ciò su GNU/Linux il problema di virus, spyware e dialer non esiste. Semplicemente non si installano né riproducono. Naturalmente, si paga questa sicurezza con alcuni piccoli fastidi (per esempio 'obbligo di inserire la password da amministratore quando si vuole installare un nuovo applicativo), che appaiono però tutto sommato accettabili se paragonati alle ben più gravi conseguenze provocate dai malware.
Abbiamo già parlato, qualche paragrafo più indietro, del modello di business del software proprietario, che vede il programma come un prodotto da vendere in quanto tale. Oltre alla mancanza di libertà che questo comporta, non concedendo all'utente la proprietà del software acquistato, ma solo una licenza d'uso, ci sono un altro paio di aspetti che derivano da questa scelta commerciale e che probabilmente toccano gli utenti molto piu profondamente di quanto ormalmente non si pensi. Il primo dei ue problemi è quello della compatibilità con gli standard. Per ifendere i propri applicativi dalla concorrenza, questo genere di aziende usa formati chiusi e protetti a proprietà intellettuale detti anche ?formati proprietari?, che possono essere utilizzati solo a fronte el pagamento di una royalty in moltissimi Stati. Tra questi, per fortuna, non ci sono quelli ell'Unione Europea, anche se lo scorso anno una lobby di aziende ha cercato di spingere affinchè questa sono così risolti in breve tempo. Anche di fronte a un bug particolarmente pericoloso, con un lavoro coordinato e distribuito si può risolvere il problema nell'arco di pochi giorni. Persino nel caso in cui il gruppo di sviluppo di un determinato applicativo non reagisse nei tempi desiderati, avendo a disposizione il codice sorgente l'utente potrà provvedere in prima persona oppure affidarne la correzione all?azienda informatica di fiducia.
Non è un mistero ormai per nessuno che determinate insidie legate alla sicurezza informatica quali virus, spyware e dialer siano peculiarità dei soli sistemi basati su Windows. Questo è dovuto a una serie di ragioni, tra le quali la maggior diffusione dei citati sistemi, ma anche alcune brutte abitudini degli utenti di Microsoft che sugli altri sistemi operativi sono limitate già a livello di sviluppo del software. L'accesso al sistema tramite l'uso di un utente ?amministratore? ( che può modificare la configurazione, installare nuovi applicativi o rimuoverne altri) è proposta di default al momento dell'installazione di un sistema operativo Microsoft Windows. Questo fa sì che gli utenti più pigri si limitino a usare il sistema in quel modo, esponendolo a numerosi malware e virus, che potranno sfruttare i pieni poteri dell'utente per riprodursi sul sistema e in rete. Inoltre, molti produttori di software danno possibilità venisse introdotta anche lì. Oltretutto, è severamente vietata l'analisi del software , detta ?reverse engineering?, per estrapolarne il formato dei dati in modo da realizzare applicazioni in grado di gestirli.
Grazie all'utilizzo di formati proprietari, di fatto, le aziende che producono software di questo tipo legano ai propri applicativi gli utenti. Se infatti volete aprire un file di AutoCad (noto applicativo proprietario per il disegno CAD), non potrete farlo a meno di usare quello stesso applicativo che l'ha prodotto. Perdipiù, questo ?legame? è sfruttato senza esitazione per porre gli utenti nella condizione di dover necessariamente aggiornare il software. Andando a cambiare il formato documentale con le nuove versioni del software (come sta facendo Microsoft con l'introduzione del nuovo formato OpenXML in Office 2007), le aziende fanno sì che questi si diffondano, costringendo tutti per poterli leggere ad aggiornare il programma alla versione più recente.
Nel mondo del software libero questo problema non si pone nemmeno. Non c'è infatti alcuna azienda che debba legare a sé gli utenti per continuare a vendere il proprio software. Anzi, al contrario, il rispetto degli standard è segno di qualità e affidabilità di un'applicazione. Visto che la ISO (International Standard Organization) prevede formati per i diversi tipi di applicazioni, compreso uno standard documentale semplice come ODF (implementato in modo nativo da OpenOffice.org), la comunità del software libero li usa per la produzione di documenti, anche se poi i vari applicativi (OpenOffice.org compreso) sono in grado di leggere anche formati proprietari (probabilmente con l'espediente di fare ?reverse engineering? per scoprirne la struttura in quegli Stati che consentono di farlo).
Il secondo aspetto legato alla scelta del modello di business del software proprietario è quello della cosiddetta ?Obsolescenza programmata?. Si tratta della strategia commerciale che porta una determinata tecnologia (sia essa hardware o software) a essere sostituita (e quindi resa obsoleta) da una nuova versione dopo un periodo predefinito di tempo. Questo è fondamentale per un'azienda che basa la sua esistenza sui profitti derivanti dalle vendite del proprio prodotto, ma non lo è assolutamente per la comunità del software libero.
Ecco allora che mentre le grandi multinazionali del software non prevedono il supporto per vecchi formati documentali dopo 2 o 3 versioni di uno stesso applicativo (costringendo l'utente ad acquistarne una nuova versione), OpenOffice.org è in grado ancora oggi di leggere (e scrivere) documenti .doc di Word 6.0 o Word 95. Spesso, addirittura, viene utilizzato proprio per recuperare vecchi documenti che le versioni commerciali di molte suite per l'ufficio non sono piu in grado di leggere. Inoltre, proprio l'implementazione degli standard di cui parlavamo al paragrafo precedente, insieme alla disponibilità del codice sorgente, consentono di poter garantire all'utente finale che i documenti salvati in questi formati saranno sempre leggibili. Anche quando, infatti, nessuno supportasse più quel formato, la disponibilità dello standard (formato teorico) e del codice sorgente (tecnologia implementativa) consentirebbe all'utente finale di affidare alle esperte mani di un programmatore la realizzazione di un programma che, gestendo quel formato, gli consenta di accedere ai dati contenuti nel suo documento.
L'aspetto dell'obsolescenza programmata, naturalmente, si applica anche all'hardware. Chi sviluppa software proprietario non ha interesse a fornire versioni ?alleggerite? in grado di supportare hardware non recentissimo. E questo non solo in un'ottica di accordi con i produttori di hardware: semplicemente, lo sviluppo di una versione in grado di supportare configurazioni hardware particolarmente datate stornerebbe forze che sarebbe invece possibile dedicare allo sviluppo di nuove applicazioni, e pertanto viene fornita una compatibilità hardware ?all'indietro? di pochi anni. Questo si è palesato in particolar modo con la recente uscita di Windows Vista: le?avanzate? caratteristiche di questo sistema operativo fanno sì che richieda importanti risorse hardware (non dissimili da quelle di Windows XP, sicuramente, ma non è un buon esempio di sistema operativo che giri su macchine datate), costringendo alcuni utenti a dover cambiare il proprio computer per poter utilizzare il nuovo sistema.
Anche GNU/Linux può naturalmente aver bisogno di risorse hardware particolarmente importanti (a seconda di quello che l'utente deve fare con il sistema: se volete fare montaggio audio/video avrete bisogno di tanta memoria RAM e un ottimo processore, non ci sono Santi che tengano), ma essendo completamente open source, quindi modificabile e ridistribuibile, Ne esistono una numerosa serie di versioni che sono espressamente concepite per funzionare con sistemi non particolarmente recenti. Bisognerà naturalmente rinunciare a qualcosa (grafica tridimensionale con finestre che si infiammano o cose simili), ma il sistema operativo sarà lo stesso funzionante, oggi, domani e anche più in là, finché non riterrete (voi!) sia passato sufficiente tempo da giustificare l'acquisto di un nuovo computer.
Su quella che è la mera comparazione delle performance a parità di applicazione tra diversi sistemi operativi, troviamo in rete una serie infinta di benchmark (comparazioni prestazionali delle elaborazioni), ognuno dei quali proclama la superiorità di un sistema operativo o di un altro a seconda del commitente del benchmark stesso. Ci sono però una serie di cose che si possono comunque dire, senza il rischio di ricadere in inutili campanilismi.
Linux gestisce in maniera estremamente efficiente la memoria RAM del sistema, ha una lunga lista di filesystem molto interessanti (e praticamente tutti introducono meccanismi che evitano all'origine la frammentazione che tante noie dà agli utenti di Windows) e sfrutta tutte le potenzialità che i moderni processori offrono. Questo è dovuto essenzialmente al fatto che le persone che sviluppano GNU/Linux sono le stesse che alla fin fine lo usano nel quotidiano, e che, non essendoci attese di mesi o anni tra una release e l'altra, otterremo le migliorie che queste persone introducono entro brevissimo tempo (diciamo qualche settimana). Avendo infine la possibilità di ricompilare (rigenerare a partire dal codice sorgente) interamente il sistema operativo, esiste sempre la possibilità di farlo ottimizzando al massimo il software per il proprio computer, sfruttandone tutte quelle caratteristiche non standard che potrebbero però riversi utili in un'ottica di miglioramento delle performance. Questo è possibile installando particolari distribuzioni (come ArchLinux) che sono già compilate in ordine per processori 686 (ed eliminano quindi una serie di compatibilità con hardware ormai datato che portano ad un appesantimento del sistema), oppure altre (come Gentoo) che consentono di compilare da zero tutto il sistema operativo adattandolo al proprio computer (che potrebbe essere, perchè no, anche un sistema molto datato e quindi mal supportato dalle distribuzioni piu recenti). Il modo migliore per verificare il livello di performance di Linux è sicuramente quello di metterci le mani sopra e provarlo. Una volta che vi sarete procurati, contattando ad esempio il LUG (Linux User Group) della vostra zona, una copia di quelli che vengono Chiamati ?live-CD? (versioni di GNU/Linux che possono essere usate senza essere installate), sarà sufficiente provarlo colose quando esiste software di qualità che fa esattamente tutto quello di cui avete bisogno, che potete scaricare gratuitamente e liberamente dalla rete, nel pieno rispetto della legge? La licenza GPL, che ci consente di farlo, si basa proprio sulle leggi che regolamentano il diritto d'autore, facendo sì che sia il programmatore stesso che ha scritto il software a ?consegnarvi? quei diritti fondamentali che vi consentono di modificare e ridistribuire il software. Questa è una lacuna che il software proprietario non potrà mai colmare. Potranno forse regalarvi il software, facendo in modo che la sua diffusione lo porti a diventare uno standard de facto per poi vendere altri prodotti sfruttando il monopolio così ottenuto, ma non potranno mai regalarvi il codice sorgente del software, perché equivarrebbe a rinunciare ai profitti che questo può generare.
Abbiamo piu volte citato, nei paragrafi precedenti, l'esistenza di diverse distribuzioni di GNU/Linux. Proprio la possibilità di modificare e ridistribuire senza oneri il software, rende possibile la nascita di numerorissime versioni di GNU/Linux, ognuna specificamente pensata per un ambito. Esistono allora distribuzioni pensate per la scuola (eduKnoppix, edUbuntu, SodiLinux), altre per incrementare e performance (ArchLinux, Gentoo), altre per essere particolarmente semplici da usare e gestire (Fedora Core, Ubuntu, Mandriva, OpenSuse), e cosi via. Potremmo proseguire elencando una lunghissima lista di diverse distribuzioni. DistroWatch (il sito di riferimento per quel che riguarda la cernita delle distribuzioni GNU/Linux esistenti) ne censisce oltre 350 diverse.
Il software non è sempre stato proprietario, e tanto meno a pagamento. In principio, il software era solo uno ?strumento? tramite il quale sfruttare le potenzialità offerte dagli elaboratori, che erano la parte centrale del business dell'informatica. Con la diffusione dei Personal Computer si è però aperto un nuovo mercato, immediatamente colonizzato da una serie di aziende (piu o meno grandi) che fanno della produzione di software il proprio business. Il meccanismo economico che sta dietro questo procedimento è quello prettamente industriale: un team di sviluppatori si occupa di scrivere software, che è poi inscatolato e venduto al dettaglio. Lo stesso modello economico che sta dietro alla produzione della carne in scatola o del dado per brodo, con la differenza che trattandosi di oggetti non materiali, facilmente duplicabili, l'azienda produttrice si riserva la proprietà del prodotto, concedendone l'uso ?in licenza? all'utente finale (un po' come se si trattasse di un contratto d'affitto).
Non è da sottovalutare, poi, l'aspetto legale legato all'uso delle licenze. Tutti noi sappiamo che copiare software, la dove non espressamente consentito dalla licenza d'uso (come invece capita per il software libero con la licenza GPL) è un reato. Negli ultimi anni abbiamo assistito (fortunatamente, lasciatemelo dire) a una sempre maggior attenzione verso questo aspetto da parte delle autorità competenti. Molti utenti però, continuano a scaricare dal circuto peerto- peer i programmi di cui hanno bisogno, e a installarli, in barba a qualsiasi licenza, spesso e volentieri finendo a cercare ?crack? su siti piuttosto equivoci e sicuramente non ben intenzionati nei confronti del vostro computer (vi ricordo che i malware vengono scritti e diffusi proprio da quei pirati informatici che a volte scrivono le ?crack? che vi consentono di utilizzare software proprietario in barba alla relativa licenza d'uso). I pericoli che questa pratica comporta potete tranquillamente immaginarli. Ma perchè andare ad imbarcarsi in avventure pericolose quando esiste software di qualità che fa esattamente tutto quello di cui avete bisogno, che potete scaricare gratuitamente e liberamente dalla rete, nel pieno rispetto della legge? La licenza GPL, che ci consente di farlo, si basa proprio sulle leggi che regolamentano il diritto d'autore, facendo sì che sia il programmatore stesso che ha scritto il software a ?consegnarvi? quei diritti fondamentali che vi consentono di modificare e ridistribuire il software. Questa è una lacuna che il software proprietario non potrà mai colmare. Potranno forse regalarvi il software, facendo in modo che la sua diffusione lo porti a diventare uno standard de facto per poi vendere altri prodotti sfruttando il monopolio così ottenuto, ma non potranno mai regalarvi il codice sorgente del software, perché equivarrebbe a rinunciare ai profitti che questo può generare.
Un dubbio di molti utenti quando si tratta di passare a Linux: sì, è bello, funziona, è più sicuro, ma i software sono pochi. Occorre dire che con GNU/Linux potrete scegliere tra una quantità inimmaginabile di editor di testo (tanto che potrebbe sembrare che i programmatori di GNU/Linux non facciano altro che modificare file a suon di editor di testo), numerosissimi browser (testuali e grafici), programmi per gestire la posta elettronica, suite per l'ufficio... GNU/Linux viene abitualmente utilizzato per tutti gli aspetti della vita ?informatica? da moltissimi utenti in tutto il mondo, e per ogni tipologia di applicativo che potete immaginare, ne esiste almeno un equivalente nel mondo di GNU/Linux. Certo, un discorso diverso occorre fare per i giochi, che su Linux, in effetti, latitano, pur esistendo una interessante produzione open source.
Uno dei pregi sicuramente piu importanti di GNU/Linux, non si trova nella sua implementazione informatica, ma nei meccanismi socio-culturali che questa libertà di collaborazione innesca. Proprio quei meccanismi di gestione dello sviluppo del software che ne consentono la condivisione su larga scala geografica. I programmatori che lavorano sul kernel Linux non si trovano nella stessa stanza in un singolo edificio, ma sparsi per tutto il mondo e, anche con fusi orari diversi, collaborano avvalendosi di strumenti quali le mailing-list, i software di bugtracking o di sincronizzazione concorrente del codice. Questa circostanza fa sì che l'interazione tra gli utenti e gli stessi sviluppatori sia molto piu informale e diretta. Tramite la vastissima community in Rete (costituita da migliaia di forum, mailing-list tematiche e gruppi di discussione), l'utente ha la possibilità di cercare (e spesso e volentieri trovare molto rapidamente) informazioni riguardo alle problematiche che riscontra, magari soluzioni trovate da persone che hanno incontrato in precedenza gli stessi problemi e che hanno poi condiviso la propria esperienza e la soluzione trovata.
A tutte quelle risorse che abbiamo osservato essere disponibili in Rete, si affianca poi il quotidiano lavoro dei LUG (Linux user Group) sul territorio. Questi ultimi sono gruppi di appassionati di Linux, con competenze molto variabili (si va dall'utente che si è appena avvicinato al mondo di Linux ed è a caccia di informazioni alla persona invece professionalmente preparata), si incontrano sistematicamente per discutere dei problemi legate all'uso GNU/Linux, organizzare corsi di formazione o eventi di scala nazionale quale il ?Linux Day?, che si tiene solitamente una volta l?anno in autunno con tutti i LUG italiani. La diffusione dei LUG sul territorio è capillare: tramite il sito web www.linux.it/LUG/ potete lo user group Linux piu vicino a voi.
L?ultima peculiarità di GNU/Linux affrontata è la sua portabilità: supporta infatti una quantità notevole di piattaforme e può essere lanciato e installato su sistemi con chip Intel sia 32 che 64 bit, PPC (quindi sui computer Apple precedenti al passaggio all'architettura Intel), Sparc, ARM (ci sono una lunga serie di cellulari e palmari che vengono forniti con versioni di GNU/Linux) e via dicendo, con una lunga lista di piattaforme differenti. Le varie distribuzioni poi, selezionano alcune piattaforme particolari (solitamente Intel e PPC) sulle quali dedicare il loro lavoro, fornendo il sistema già precompilato per quell'architettura. Lo stesso discorso, vale anche per le applicazioni OpenSource che scritte per GNU/Linux. Ancora una volta la disponibilità del codice sorgente fa si che ogni applicativo possa essere modificato in modo da poter funzionare su sistemi operativi differenti, e poi liberamente distribuito. Ecco allora che possiamo trovare Mozilla Firefox per Microsoft Windows e per MacOSX, così come OpenOffice.org, il client di posta Thunderbird, ancora la suite di sviluppo software gcc e l'IDE Eclipse rilasciata da IBM con licenza libera alcuni anni fa. Che aspettate a provarlo?
Nel mondo open source, grazie alla condivisione, è l'utente stesso ad attivarsi in prima persona per ottenere la soluzione di un bug. Anche se non ha le competenze per ritoccare il codice sorgente, potrà però raccogliere le informazioni che consentono agli sviluppatori di isolare e correggere rapidamente il problema.
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